Auguri Maestro! Enchantement celebra Rota all’Orfeo di Taranto
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Tante le suggestioni e le allusioni che rivitalizzano il rapporto con quel cinema che non c’è, e che comunque si sente, e si vede. Bonaccorso imbastisce caldo il tema. L’intermezzo è a firma Fonzi. “Enchantement” arriva all’anima, raccontato pianissimo dal violoncello. Dall’altra parte della mezzaluna, Tucci c’innesta un piatto muto e risponde con un assolo afono che gonfia, strutturato, definito. Un dialogo a distanza il loro, i due estremi del gran combo. Impressionista. La linearità del pensiero di Bosso resta, sempre cantabile e limpida. Tempo di valzer e Filippini, espressivo e devoto a un pianismo lirico, purtroppo opacizzato dal timbro costipato dello strumento, allude al “Gattopardo”. L’assolo vivo di Bosso, il dialogo amoroso con la prima viola, e l’orchestra prende “La Strada”. Una bolla, sospesa. Fende appena la luce del primo violino, quello del “matto”. Intenso l’assolo di Filippini che anticipa “Il padrino”, poi dichiarato da Bosso. Esplode e si riappropria di quello spazio drammatico l’orchestra. Caricano i timpani. È una migrazione ritmica che allude all’America e precipita swingante nella sezione ritmica. Miscela perfetta. Noises e dramma nei colori di Bosso, spinti da un ritmo convulso nei suoi repentini cambi di marcia. Funerei i colori de “Il ragazzo di borgata”, saggio misurato di echi della tradizione popolare, e un fischio arriva d’improvviso a spezzare il tempo narrativo. Sincopa “La dolce vita” e avvia un eccentrico samba. Scanzonato e leggero, è una festa. Un attimo, e quell’ingessatura di reverenzialità si scioglie. L’orchestra diventa protagonista, buca il velo di timido contenimento, e quel piacere incubato per cinquanta minuti finalmente viene fuori e inonda. «Ci siamo lasciati ispirare», confida Bosso. E quell’ispirazione ha fatto centro.
Eliana Augusti
foto di Federica Giura









